EDITORIALE: a cura dell’Avv. Carmine Laurenzano e dell’Avv. Patrizia Giusti
Con una frequenza ormai inquietante, la cronaca ci mette di fronte a storie di famiglie costrette ad affrontare quasi da sole il peso quotidiano della disabilità, della malattia e della fragilità. Vicende diverse tra loro, ma accomunate troppo spesso dalla stessa sensazione di isolamento: la paura del futuro, la difficoltà di ottenere un’assistenza adeguata, il peso economico delle cure e la percezione che ciò che dovrebbe essere una responsabilità collettiva venga progressivamente scaricato sulle spalle delle famiglie.
Non possiamo continuare a considerare l’amore, la dedizione e la capacità di sacrificio di una famiglia come risorse inesauribili sulle quali far ricadere ciò che il sistema pubblico non riesce, o non vuole, garantire. Quando la cura di una disabilità complessa viene trasformata in un problema esclusivamente privato, è l’intera comunità a mostrare i propri limiti.
Ma dietro questo muro di abbandono si nasconde un’altra forma di solitudine, ancora più logorante perché consumata nell’apparente indifferenza delle aule di giustizia: la sfibrante via crucis burocratica e legale a cui sono costrette le famiglie per vedere riconosciuti i propri diritti fondamentali. Una barriera di carta e rinvii che trasforma il legittimo anelito alla salute in una estenuante guerra di trincea contro una macchina pubblica sorda ed ottusa!
La vicenda giudiziaria decisa di recente dal TAR Lazio – Sentenza n. 14351/2026, rappresenta l’archetipo di questo cortocircuito istituzionale. Parliamo di un nucleo familiare con un bambino affetto da disturbo dello spettro autistico in forma grave. Un quadro clinico delicatissimo per il quale autorevoli strutture ospedaliere pubbliche avevano prescritto, sin dalla metà del 2024, la terapia cognitivo-comportamentale con metodo ABA como trattamento di prima scelta ed essenziale per lo sviluppo del minore.
Di fronte all’assoluto silenzio e all’inerzia della pubblica amministrazione, chiamata a erogare una prestazione sanitaria rientrante a pieno titolo nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), la famiglia si è vista costretta a imboccare l’unica via rimasta: quella giudiziale.
Ma quello che doveva essere un rapido accertamento si è tramutato in un’odissea burocratica.
Per ottenere il rispetto di un diritto soggettivo costituzionalmente garantito, i genitori hanno dovuto presentare ben tre ricorsi: un ricorso principale nel novembre 2024 contro il silenzio-inadempimento della Pubblica Amministrazione e due successivi ricorsi per motivi aggiunti. Una frammentazione processuale resa necessaria esclusivamente dalla condotta della pubblica amministrazione resistente. Anziché accogliere prontamente le prescrizioni della struttura sanitaria terza e imparziale, l’ente ha frammentato il procedimento, offrendo prima la miseria di un’ora di logopedia e un’ora e quaranta minuti di psicomotricità a settimana — terapie palesemente insufficienti e inadeguate per una patologia grave — e ridefinendo poi i piani riabilitativi sempre al ribasso, eludendo la necessaria intensità della terapia comportamentale ABA.
Durante questa battaglia durata due anni, l’amministrazione resistente ha speso le proprie migliori energie non per curare il minore, ma per difendere strenuamente i propri cavilli d’ufficio. Ha sollevato continue eccezioni preliminari: ha sostenuto che i propri provvedimenti parziali fossero “atti meramente endoprocedimentali” e quindi inoppugnabili, ha eccepito la propria incompetenza tecnica proponendo di integrare il contraddittorio contro il Comune, e ha persino contestato la mancanza di un modulo cartaceo regionale da parte del medico di base per giustificare la propria immobilità, tutte eccezioni dimostratesi infondate e pretestuose.
E il TAR? Il Tribunale si è fatto letteralmente portare a spasso dalle difese dell’amministrazione per due anni, quando possedeva sin dall’autunno del 2024 tutti gli elementi clinici e documentali per decidere tempestivamente in senso favorevole alla famiglia e soprattutto al minore. Assecondando un’incomprensibile prudenza formale a scapito del tempo biologico del bambino — per il quale ogni mese perso è una finestra di sviluppo che si chiude per sempre —, il Collegio ha differito udienze e atteso memorie disponendo una Consulenza Tecnica d’Ufficio (CTU) solo alla fine del 2025.
Alla fine, di fronte all’evidenza clinica accertata anche dalla CTU, che ha confermato l’inadeguatezza dei piani della PA e l’indispensabilità di almeno 10 ore settimanali di intervento ABA, il TAR ha DOVUTO dare ragione ai ricorrenti. Ha annullato i provvedimenti restrittivi della PA, ha ordinato l’integrazione delle terapie e ha condannato l’ente pubblico a risarcire il danno patrimoniale. Risarcimento dovuto per quelle 9 ore settimanali che i genitori, con enormi sacrifici finanziari e gravissimo nocumento per il bilancio familiare, avevano dovuto pagare privatamente in questi anni per evitare la regressione cognitiva del figlio. Un limite, quello delle 9 ore private, dettato esclusivamente da ragioni economiche, giacché la famiglia non poteva permettersi le 30-40 ore necessarie descritte dagli specialisti.
Sembrerebbe un successo della Giustizia.
Invece, la sentenza reca in calce una beffa intollerabile: il Collegio ha compensato interamente le spese di lite tra le parti, escludendo solo i costi della CTU e la restituzione del contributo unificato (per la materia, pari a 43 euro!)
Questa decisione rappresenta una ferita profonda. Compensare le spese significa, nei fatti, non sanzionare la grave condotta processuale e l’ostruzionismo sistematico della pubblica amministrazione. Significa porre sullo stesso piano l’inerzia colpevole di un apparato pubblico dotato di avvocatura interna e risorse illimitate e il grido di dolore di una famiglia costretta a intraprendere gradi di giudizio cautelare e di merito solo per difendere la salute del proprio figlio. Significa costringere i cittadini a pagare un dazio economico per difendersi dai ritardi dello Stato, anche quando hanno pienamente ragione.
La vicenda del TAR non è solo un caso di cattiva amministrazione – e tanto basterebbe – ma è emblema della c.d. vittimizzazione secondaria, che si verifica ogni qual volta le istituzioni, che dovrebbero proteggere il soggetto fragile, contribuiscono invece ad aggravarne la sofferenza, sua e dei sui prossimi congiunti che se ne prendono cura.
Si tratta di un danno evolutivo gravissimo patito dal minore e della sua famiglia, causato da quella omissione amministrativa che la Criminologia definisce “devianza istituzionale”, particolarmente grave e gravosa in quanto prevedibile, evitabile, esercitata dal soggetto legittimato all’esercizio del potere e destinata ad un oggetto debole e fragile, che per definizione non può contrastare tale potere.
Qual è il message che si lancia al Paese? Che l’ostruzionismo della burocrazia è a costo zero. Se la pubblica amministrazione resiste fino all’estremo, costringendo i cittadini a un calvario giudiziario biennale prima di arrendersi all’evidenza, non subirà alcuna sanzione economica.
Mentre la cronaca ci ricorda in modo drammatico che la fatica della cura e l’estenuante burocrazia rischiano di diventare fardelli intollerabili per chi è già fragile, la Giustizia non può permettersi di essere tiepida o di tergiversare. La tempestività della Giustizia, per i casi come quello in questione, è tutto.
La terapia ABA, per essere efficace, deve essere erogata nei primi anni di vita. Una diagnosi tempestiva e un piano terapeutico adeguati, se erogato per tempo, possono aiutare ad affrontare la patologia con risultati apprezzabili. Anche per il futuro. Il nostro assistito ha avuto la fortuna di una famiglia che è stata in grado di sostenere, finchè ha potuto e nei limiti delle proprie risorse, un piano terapeutico adeguato. Ma per quelle famiglie che non sono in grado di sostenere tali esborsi? Se la Pubblica Amministrazione adotta atti e comportamenti dilatori e ostruzionistici (cosa di per sé vergognosa), la Giustizia non può permettersi di assecondare tali condotte. Tempestività nell’azione e sanzione delle condotte! Fino a quando i tribunali non avranno il coraggio di sanzionare con severità l’arroganza dell’inerzia amministrativa, condannando gli enti pubblici a spese di lite esemplari, ottenere Giustizia rimarrà un lusso per pochi coraggiosi.
E le famiglie continueranno a vivere nella solitudine, fino a diventare invisibili.
Avv. Carmine Laurenzano
